SILVANA EDITORIALE
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Testi di Roberto Mutti, Grazia Neri e Diana Bracco LA CONTEMPORANEITA' COME CLASSICITA' C'è un aneddoto significativo che riguarda le più antiche fotografie: si dice che, osservando i ritratti realizzati con la tecnica del dagherrotipo, gli osservatori rimanessero perplessi e perfino spaventati perché avevano la sensazione di essere a loro volta osservati. Ciò era dovuto alla straordinaria nitidezza di quelle immagini (come anche alla necessità di osservarle con una luce radente, cosa che aumentava la sensazione dello scrutare) ma creava anche ai fotografi un nuovo problema perché limitava la loro capacità a quella di una riproduzione, sia pur ammirevole, della realtà che sembrava escludere ogni autentico intervento artistico. La maggior parte degli autori, con l'esclusione di quanti erano interessati alla documentazione scientifica e trovavano molto vantaggiosa la precisione dei dettagli, cercarono ben presto altre strade che davano maggior spazio all'inventiva e all'interpretazione. Per paradossale che possa apparire, l'invenzione di nuovi metodi fotografici dotati di meno incisione come la calotipia, hanno dato spazio agli autori permettendo loro di esprimersi più pienamente. Questa la ragione per cui i soggetti naturalistici in cui si imbatte a metà Ottocento sono quasi sempre visti come occasione di una sperimentazione che indaga sulle forme ma allude anche al loro rapporto con l'animo umano. Ecco spiegata l'insistenza con cui appaiono come soggetto fotografico privilegiato gli alberi su cui già si soffermano Henry Fox Talbot (splendida, nell'inverno del 1842, la sua ripresa frontale di un tronco che allarga i rami privi di foglie che in tal modo meglio risaltano sullo sfondo del cielo), Gustave Le Gray, Henri Le Secq, per citarne alcuni. Se siamo partiti da queste nobili origini per parlare del più recente lavoro di Marco Anelli è perché il modo di operare del fotografo romano mantiene, pur nella estrema modernità del tratto, lo spirito di ricerca che consentiva ad alcuni autori del passato di realizzare opere che ancora oggi sanno parlare a noi con immutata intensità. Lo stile di Anelli è ispirato alla classicità: perfettamente consapevole che la bellezza di una fotografia non può essere legata agli effetti spettacolari che colpiscono e stupiscono ma alla lunga non lasciano mai il segno, rivolge tutta la sua attenzione alla luce. Non si tratta soltanto di un inevitabile richiamo sostanziale – perché fotografia è nei fatti quanto significa letteralmente, cioè un segno scritto dalla luce – ma anche di una precisa consapevolezza, quella delle straordinarie potenzialità espressive legate soprattutto al bianconero. Prima ancora di osservare le immagini occorre immaginare il lavoro di scelta che ha preceduto la loro realizzazione: c'era il rischio di creare una sorta di catalogo delle molte specie e quello opposto di proporre troppe immagini inutilmente simili fra di loro, c'era la tentazione del realismo descrittivo e quella della forzatura astratta. Marco Anelli si è, invece, fatto guidare da una più rigorosa linea di condotta molto legata agli aspetti emozionali che riesce poi a trasmettere all'osservatore. I suoi sono alberi che conservano una fortissima vitalità sia quando occupano il centro della scena allargando le fronde e aggrappandosi con le radici alla terra, sia quando attraversano esili lo spazio della fotografia per perdersi in chissà quale direzione. Sembra di poter attribuire a queste piante una vera e propria personalità perché l'albero che dà ombra al gregge che pascola sotto le sue fronde sembra protettivo, quello coperto da una tenacissima edera, sofferente mentre quello che allunga lontano dal tronco i suoi rami neri e scheletrici ha un'aria inquieta. Isolati in mezzo alla campagna lavorata o raggruppati in modo da non essere né troppo vicini né troppo lontani, gli alberi sono tutti profondamente diversi perché le loro cortecce talvolta sanno brillare di lucentezza, le loro radici trasformarsi in mani artigliate che affondano nella terra perdendosi verso chissà dove, i loro rami allungarsi in ogni direzione fino a formare un intrico che, forse, nasconde un significato. E se i tronchi di un bosco appena immerso in un nebbia leggera sembrano uomini in cammino, la figura di un uomo compare davvero, improvvisamente, in una sola fotografia per poi scomparire definitivamente come se quel leggero mosso che lo aveva reso non facilmente percepibile fosse la ragione di questo suo rapido passaggio. Che poi la figura sia quella del fotografo stesso dice molto della sua volontà di essere parte integrante di quel paesaggio che descrive e con cui stabilisce un rapporto profondamente empatico. Ma se Anelli ha voluto sottolineare la sua classicità riprendendo gli alberi, che dire quando il suo obiettivo si sposta verso l'alto e si sofferma sulle nuvole? Qui esiste un richiamo inevitabile agli “Equivalents”, una serie di fotografie realizzate negli anni Venti da Alfred Stieglitz (che in un primo momento le aveva chiamate “Songs of the sky”) che riprendevano appunto nuvole da lui a lungo studiate negli anni precedenti per meglio determinare i tempi di esposizione nei paesaggi ma poi trasformate in veri e propri soggetti. Al di là di molte differenze – comprese quelle legate alle stampe che in Stieglitz erano realizzate a contatto ed erano perciò di piccole dimensioni – il senso dell'operazione di Anelli non è troppo lontana. Per quanto, infatti, l'obiettivo fissi una porzione di ambiente naturale come è il cielo attraversato dalle nuvole, sembra che il vero soggetto continui a sfuggire. Con una rapidità sorprendente la scena muta composizione: grandi cumuli si spostano fino ad occupare il centro della scena, poi lentamente si allargano e si lasciano attraversare dai raggi decisi del sole cui poi negano nuovamente il passaggio. Zone bianchissime che si muovono lentamente si alternano ad altre dominate dai toni scuri, una nuvola leggera ma tenace come un velo ci scopre per qualche istante la visione del sole di cui comunque indoviniamo la sfera, una piccola formazione nebulosa galleggia nell'aria. Lo spettacolo di un cielo in continuo movimento non può che sembrare lo specchio dell'anima: l'occhio per un istante riconosce la figura di un uomo, i tratti di un volto, i segni di un paesaggio ma in realtà riflette, come in un gigantesco test della macchie di Rorschach, quanto attraversa la mente. In una sequenza particolarmente poetica di quello straordinario film di Monicelli che è la “La grande guerra”, i due soldati protagonisti si sdraiano su un prato e, guardando le nuvole, descrivono quanto pare loro di vedere (una montagna, un treno e, inevitabilmente, un corpo femminile) e così, quasi senza saperlo, si rivelano reciprocamente sogni e speranze. E mentre parlano la cinepresa si muove lentamente nello spazio lattiginoso del cielo. Anche le fotografie di Marco Anelli, realizzate con una cura e un'attenzione che le rendono classiche, sembrano volerci raccontare una storia: è quella che ciascuno di noi saprà costruire semplicemente socchiudendo gli occhi e lasciando spazio libero alla fantasia.
"LEGGEREZZA ED ESATTEZZA "
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